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27 marzo, 2011

LA "SANTA" INQUISIZIONE . Tecniche di tortura medievali ( Parte 6 )



Il pendolo .
Tortura dell'inquisizione di Spagna che procura una lenta e tormentosa agonia. La vittima veniva legata su un tavolo molto accuratamente, in modo che potesse muovere solo gli occhi, mentre incombeva su di lei un pendolo grande e pesante con il lato inferiore curvo e tagliente. Ma poi, nell'oscillare avanti e indietro, gradualmente ma in manniera costante, l'asta del pendolo si allungava e il prigioniero in preda al terrore e costretto contro la sua volonta' ad osservare i movimenti della lama che scendeva, sopportava l'orrore di vedere il tagli avvicinarsi sempre di piu' al volto. Alla fine la lama affilata gli squarciava la pelle, continuando inesorabilmente a tagliare fino ad ucciderlo. Ma nella maggior parte dei casi, prima che la lama facesse uscire del sangue, il prigionero cadeva in balia della pazzia.





La culla di Giuda .
Si stringe una cintura all'altezza dell'addome della vittima, le si legano piedi e mani e si pone una stecca all'altezza della caviglia in modo che si possano muovere le gambe soltanto simultaneamente.
Dopodiché si cala il prigioniero sul dispositivo piramidale appuntito, posto al di sopra di un cavalletto, e gli si tirano in avanti le gambe in modo che la piramide penetri l'orifizio anale (o la vagina).
Il condannato rimane così in questa scomoda posizione, con tutti i muscoli contratti, finché non sviene.





La Garrote .
Il nome di questa tortura è di origine spagnola in quanto perfezionata in Spagna dove divenne la tecnica ufficiale di tortura fino al 1975.
Questo strumento ha un'origine molto antica; rudimentali versioni consistevano in un palo conficcato nel suolo, con una corda che cingeva il collo della vittima.
Nella versione spagnola, questo dispositivo era utilizzato non solo per la tortura, ma anche per l'esecuzione: possedeva un collare metallico con un punteruolo (che penetrava le vertebre cervicali) utilizzato per asfissiare il prigioniero e per fracassargli la spina dorsale.




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26 ottobre, 2010

LA "SANTA" INQUISIZIONE . Tecniche di tortura medievali ( Parte 5 )




La grande ruota

Questo supplizio dalle antiche origini, sembra che si rifacesse a dei significati religiosi. Era particolarmente di moda per punire criminali nel XVIII secolo, ed e' difficile immaginare una pena capitale piu' brutale e ripugnante della grande ruota. Il criminale veniva steso di schiena su una comune ruota di carro e veniva legato stretto ai raggi; successivamente il boia gli fracassava le ossa una a una. Una variante, illustrata in figura, faceva si che il corpo della vittima, legato ad una grande ruota, venisse lanciato per un dirupo irto di rocce appuntite.







Ruote

A. Membra intrecciate ai raggi di una ruota, sulla quale si rimaneva esposti fino alla morte.

B. Legati a una stretta ruota che veniva fatta scorrere su degli aculei, cosicché' il loro corpo venisse orribilmente trafitto.







La vergine di ferro (di Norimberga)

Chi veniva accusato di eresia o di atti blasfemi contro Dio o i Santi, se si rifiutava ostinatamente di confessare la propria colpa, veniva condotto in una cella, il cui lato estremo ospitava numerose lampade, posizionate intorno al recesso, che gettavano una luce variegata sull'aureola dorata, sulla testa della figura e sul vessillo che questa teneva nella mano destra.
Su un piccolo altare, il prigioniero riceveva i sacramenti; in seguito due ecclesiastici lo esortavano insistentemente a confessare in presenza della Madre di Dio. "Vedi" dicevano "quanto amorosamente la Vergine ti apre le braccia! Sul suo petto si scioglierà il tuo cuore duro; lì confesserai!". Tutto a un tratto, la figura cominciava a tendergli le braccia: il prigioniero, sopraffatto dallo stupore, veniva all'abbraccio ed ella se lo portava sempre più vicino, arrivando a stringerselo al petto finché i pungiglioni e gli aculei lo trafiggevano.

Tenuto fermo in quella stretta dolorosa, il prigioniero veniva interrogato e se si rifiutava di confessare, le braccia della statua stringevano sempre più il suo corpo, inesorabilmente e lentamente, ammazzandolo.
La parte anteriore di questo marchingegno, consisteva in due porte che si chiudevano. C'erano una gran quantità di pugnali inseriti sia nella parte interna del petto che dentro alla statua in modo da trafiggere con precisione il fegato, i reni e gli occhi.
Chi subiva l'abbraccio della vergine di ferro dopo essere stata stritolato rimaneva attacato alle punte dei chiodi e delle lame quando la Vergine riapriva le braccia.


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11 marzo, 2010

LA "SANTA" INQUISIZIONE . Tecniche di tortura medievali ( Parte 2 )



Sull'uso del fuoco
In una terribile esecuzione avvenuta in Francia nel 1757, il prigioniero accusato di parricidio subi' le seguenti torture: "fu portato su un'impalcatura eretta per l'occasione e gli vennero bruciate con delle tenaglie roventi il petto, le braccia e i polpacci; la mano destra, con la quale commise il delitto di parricidio, gli fu bruciata nello zolfo; dell'olio bollente, del piombo fuso e della resina e della cera mischiata allo zolfo, gli furono versati nelle ferite; dopo tutto cio' il corpo venne lacerato da quattro cavalli e le sue membra e il suo corpo arsi vivi furono sparsi al vento".

Altre modalità d'uso del fuoco, e vari altri dispositivi ad esso correlati vengono illustrati dalla miniatura:
A. Gettati in una fornace ardente.

B. Bruciati vivi in botti o barili.

C. Bruciati in una stanza infuocata.

D. Mani e piedi posti su un mucchietto arroventato.

E. Costretti fermi da quattro spine fissate nella terra, con un fuoco che arde sotto di essi.

F. Bloccati con delle corde, bagnati da olio e consumati vivi dal fuoco che viene loro piccato.

G. Gettati in un pozzo di carboni ardenti.

H. Pale di ferro per distribuire il fuoco


Segati e lacerati vivi
Segare un condannato era una tecnica di tortura facile da eseguire e che necessitava di uno strumento reperibile in qualsiasi casa.
Si ricorreva alla sega (si tagliavano prigionieri vivi) per reati di disobbedienza militare o ribellione.
In figura (fig. B) il condannato viene lacerato per mezzo di una sega al livello dell'addome, ma ben presto questa metodologia venne abbandonata per lasciar spazio alla segatura del condannato posto a testa in giù, iniziando a squarciare con la sega al livello dell'inguine e procedendo verso l'addome.
In questo modo si aumentava la quantità di ossigeno apportata al cervello e si diminuiva la possibilità che il condannato svenisse o perdesse conoscenza, in modo tale da prolungarne la folle agonia: i nervi si scorticavano immediatamente, le ossa si fracassavano schiantandosi e le arterie, lacerate, zampillavano sangue.
Una bizzarra tortura di cui si avvalsero gli Ugonotti durante le loro persecuzioni nei confronti dei cattolici consisteva nel segare il corpo del prigioniero con una corda: la vittima, ignuda, veniva tirata avanti e indietro col movimento che ricorda proprio quello di una sega, lungo una corda tesa di fibra dura o un cavo metallico; la sofferenza patita era terribile poiché la corda lacerava la carne penetrando fino all'osso.

Nella figura A: decapitazione.
Nella figura C: amputazione di mani e braccia.




Amputazioni
Presso gli antichi popoli dove non vigeva la pena di morte, la mutilazione rappresentava la punizione a cui si ricorreva con più frequenza.
Nella stragrande maggioranza dei casi si trattava di castrazioni o di amputazioni con moventi religiosi, ma non penali.
Col passare dei secoli, la pratica della castrazione come punizione per un reato si è perduta, specie nei paesi civilizzati; se non altro, è resistita come forma di vendetta personale.
Nel medioevo, l'amputazione ha invece dominato i codici penali di quasi tutti gli stati europei: ad esempio, in Inghilterra per molti reati si metteva il colpevole alla gogna e gli s'infliggeva una qualche mutilazione:
Nell'anno 1560 una cameriera fu messa alla gogna per aver somministrato del veleno alla sua padrona.
Oltre a dover subire l'umiliazione della gogna, le fu tagliato un orecchio e fu bruciato un sopracciglio; due giorni dopo fu messa di nuovo alla gogna e le fu reciso l'altro orecchio.
Non era raro, infine, che, subita l'amputazione, dovesse accorrere un chirurgo per fermare il dissanguamento, tanto rozze erano le tecniche di mutilazione.

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