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08 settembre, 2008

E il regime censurò perfino “Faccetta nera”

Cantano Faccetta nera e non sanno
che è tutto l’opposto di quello che
cantano. Credono di celebrare il colore
del fascismo e invece cantano ciò che
il fascismo negò. Mi riferisco a quei ragazzi
che alzano squallidamente il braccio
nel saluto romano e intonano la canzone
di Ruccione e Micheli per affermare la loro
adesione al regime di Mussolini. Sbagliano
e qualcuno deve pur dirglielo.

Nel 1935, quando Mussolini prepara le
operazioni militari contro l’Abissinia,
vengono pubblicate ad arte notizie circa
la schiavitù a cui sarebbero state sottoposte
le giovani africane, vendute dalle famiglie.
È questo un tema costante della propaganda
fascista che tende ad attribuire
all’invasione della nazione africana una
motivazione nobile e civile. Il poeta romano
Giuseppe Micheli, dopo aver letto
queste notizie, scrive un testo (in romanesco,
ma quasi identico a quello in italiano)
con l’intenzione di presentarlo al
concorso che si tiene ogni anno a Roma
in occasione della Festa di San Giovanni.
Non se ne fa nulla, ma poco tempo dopo
la canzone – musicata dal maestro Mario
Ruccione – conosce l’onore della ribalta
al teatro Capranica, grazie all’interpretazione
di Carlo Buti. Cui seguono quelle
di Gabrè, Daniele Serra e
moltissimi altri. Si tratta
di Faccetta nera. «Si mo’
dall’artipiano guardi er
mare – dicono le parole –
moretta che sei schiava
fra le schiave/ vedrai come
in un sogno tante nave/
e un tricolore sventola’
pe’ te/ Faccetta nera
bell’abissina/ aspetta e
spera che già l’ora s’avvicina/
Quanno staremo
vicino a te/ noi te daremo
un’antra legge e un
antro Re!/ La legge nostra
è schiavitù d’amore/
ma libertà de vita e de
penziere/ Vendicheremo
noi, camicie nere/ l’eroi
caduti e libberamo a te/
Faccetta nera piccola
abissina/ te porteremo a
Roma, libberata/ dar sole nostro tu sarai
baciata/ starai in camicia nera pure te/
Faccetta nera sarai romana/ e pe’ bandiera
tu c’avrai quella italiana/ Noi marceremo
insieme a te/ e sfileremo avanti al
Duce e avanti al Re!»

Al cinema-teatro Quattro Fontane della
Capitale, Faccetta nera viene cantata dalla
compagnia della Fougez nell’interpretazione
di Nino Taranto, Enzo Turco ed altri.
In scena, compare in catene una giovane
di colore, poi arriva la Fougez nelle
vesti dell’Italia che la libera e le fa indossare
una camicia nera. La canzone viene
inserita in quasi tutte le riviste dell’epoca,
diventa popolarissima, specie sulla bocca
delle truppe in partenza per l’Africa.
Avrà anche moltissime edizioni stampate
e parecchi saranno gli editori e i compositori
che se ne attribuiscono la paternità
(uno è Gustavo Cacini, al quale la SIAE
riconosce una percentuale sui diritti d’autore).
In ogni caso, questa versione
avrebbe già subito dei ritocchi rispetto a
quella originale, che conteneva il verso
«vendicheremo noi sullo straniero/ i
morti d’Adua e liberamo a te», non gradito
al regime in quanto riportava all’attenzione
la disfatta italiana di Adua, pur
avvenuta nel 1898. I versi vengono allora
cambiati nel più generico «vendicheremo
noi camicie nere/ l’eroi caduti e libberamo
a te».
Si vuole però che il Minculpop, il Ministero
della cultura popolare, non gradisca
in toto la canzone, in quanto fraternizzante
con gli abissini, considerati razza inferiore,
che i versi pongono invece sullo
stesso piano degli italiani. Non sono ancora
scattate le leggi razziali ma non ce
n’è poi troppo bisogno perché i gerarchi
fascisti diffidino di quei versi. Tant’è vero
che in una pubblicazione musicale Campi
Foligno, intitolata “100 radiocanzoni celebri”
appare una versione rivista e corretta,
consegnata – come si dice in seconda
pagina – «alla Procura del Re ai sensi della
legge sulla Stampa del 1932».
Abbiamo segnato in corsivo le modifiche
apportate, che appaiono assai significative:
«Se tu dalle ambe or guardi verso il
mare/ moretta ch’eri schiava tra gli schiavi/
vedrai come in un sogno vele e navi/
e un tricolor che sventola per te/
Faccetta nera ch’eri abissina/ aspetta
e spera si cantò l’ora è vicina/ Or
che l’Italia veglia su te/ noi ti portiamo
un’altra legge e un vero Re!/
La legge nostra è libertà o
piccina/e ti ha recata una parola
umana/ avrai la casa e il pane o
morettin/ e lieta potrai vivere anche
te/ Faccetta nera ch’eri abissina/
aspetta e spera si cantò l’ora è vicina/
Or che l’Italia veglia su te/
avrai tu pure a Imperatore il nostro
Re/ Faccetta nera il sogno s’è avverato/
non sei più schiava e più
non lo sarai/ dal ciel d’Italia, libera,
vedrai/ il sol di Roma splendere
su te/ Faccetta nera ch’eri abissin/
tornò l’Impero ed or l’Italia è a te
vicin/ La nostra Patria veglia su
te/ e lo giuriamo al nostro Duce e al
nostro Re».




Ecco dunque che gli altipiani diventano
«ambe», forse per non
confondere le nostre colline con
quelle africane. «Moretta che sei
schiava» diventa «ch’eri schiava»,
come a dire «missione compiuta».
È coniugata al passato anche «già
l’ora s’avvicina» (“si cantò”) mentre
diventa al presente «noi ti daremo
» col dire «or che l’Italia veglia
su te». Scompare «la legge nostra è
schiavitù d’amore»: sempre di una
schiavitù si tratta, meglio dunque
«la legge nostra è libertà, o piccina
» con l’aggiunta di «una parola
umana», di «casa» e di «pane».
«Un altro re» enunciava poi un
semplice scambio di corone tra Savoia
e l’imperatore abissino Negus,
meglio chiarire che quello italiano
è «un vero Re», visto ciò che si è
detto e si dirà del ras abissino, del
quale l’Italia non riconosce (adesso)
alcun diritto sul popolo. Infine,
la fanciulla «ch’era abissina» (dunque
ora è italiana) potrà vedere che
dal cielo d’Italia il sole splende su
di lei, come a dire che senza che
debba essere portata a Roma le arriveranno
comunque i nostri raggi
solari. Senza che lei diventi romana,
che indossi la camicia nera e che
marci con le camicie nere, sfilando
davanti al duce. Che resti dunque
al suo posto che tanto «la nostra
patria veglia su te…»

Lo stesso Buti inciderà la nuova
versione, insieme a Ti saluto… vado
in Abissinia, per i dischi Columbia.
Ma non servirà a nulla: ormai
gli italiani hanno imparato la prima
versione e quella cantano. La cantano
oggi, come dicevamo all’inizio,
anche i nostalgici della destra,
identificando in quel “nera” il colore
della fede, ma sbagliano, come
si è visto, poiché nera è la faccia
delle abissine, come è nera la faccia
dei migranti che arrivano oggi in
Sicilia e che non piacciono troppo
ai ragazzotti della destra.

Gianfranco Venè osservava che
«Faccetta nera è sicuramente
un documento importante per
comprendere con quale stato d’animo
i combattenti italiani iniziarono
la guerra d’Africa . In questo
senso ci sembra vadano riascoltate
le canzoni di quel periodo, e in particolare
Faccetta nera: proprio per
cogliere, al di là degli immediati riferimenti
politici, lo stato d’animo
e i sentimenti dei volontari partiti
alla conquista dell’Etiopia e per
tornare a vedere la realtà di quel
momento con i loro occhi. Quest’ultimo
punto è particolarmente
importante perché oggi ci si può
domandare – ed è giusto che ci si
domandi – come facesse la “faccetta
nera” della canzone a sentirsi felice
di lasciare il proprio paese, di
essere portata a Roma, di rinunciare
ai propri capi per venerare il duce
e il re italiani, di gettare tra le
sabbie la propria bandiera per accogliere
festante il tricolore, come gli
autori vogliono farci credere. Per
schiava che fosse, “faccetta nera”
era pur sempre nata in Abissinia, ed
è assai discutibile la gioia che Micheli
e Ruccione le promettevano
nell’imporle la camicia nera, nel
privarla del proprio costume e della
propria terra, nel darle una bandiera
mai vista. Tanto più che – come
i fatti avrebbero dimostrato nel
corso della guerra d’Etiopia – le
“faccette nere” abissine, maschi e
femmine, combatterono disperatamente
prima di lasciarsi imporre il
nostro duce e il nostro re».
«Eppure – continuava Venè – la
canzone gronda di schietta, autentica
simpatia per la bella abissina. E
ciò, forse, significa che i riferimenti
fin troppo precisi al duce, al re, al
fascismo e a Roma vanno presi come
metafore. In realtà, gli italiani
non pensarono mai di sovrapporre i
propri sistemi di vita a quelli abissini:
dicendo “romanità” essi, per lo
meno la maggior parte di essi, cercavano
di esprimere con un simbolo
un concetto di civiltà rispettosa
dell’individuo, bonaria, generosa,
nemica della schiavitù e della divisione
in caste realmente esistenti in
Abissinia».
Il regime cercava dunque di contrastare
una troppo eccessiva fraternizzazione,
con le «morette», anche
alla luce di quanto era accaduto
nelle precedenti esperienze coloniali,
quando Crispi si era trovato
ad affrontare il «madamato», ovvero
i numerosi matrimoni di ufficiali
italiani con donne africane e relativo
formarsi di famiglie miste. Ma
questo è evidentemente un tema
che in quel momento non può essere
sbandierato e che invece
preoccupa, anche perché altri autori
imbastiscono romanzetti erotico-
sentimentali sullo sfondo della
città eterna: rulli di tamburo, trombe
marziali, poi la voce di Miscel
che in dialetto svolge il tema Africanella,
di Martelli, Simi e Neri
(“Si vienghi a Roma co’ me, africanella…”)
sempre prefigurando
l’apparizione di donne di colore a
fianco dei nostri soldati sui colli fatali
di Roma. Altri autori scriveranno
canzoni dal titolo di Faccetta
bianca, per bilanciare il successo di
Faccetta nera, ma senza riuscirvi.
Insomma, una canzone che non celebra
il fascismo, anzi ricorda quella
simpatia verso la popolazione
africana che proprio al fascismo
non piacque affatto.

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Comments on "E il regime censurò perfino “Faccetta nera”"

 

Blogger Alice. Caterina Narracci said ... (7:57 AM) : 

Evviva la storia!
Caterina

 

Anonymous Il Giomba said ... (9:27 AM) : 

Grazie del commento da me :-)
Saluti ! ;-)

 

Blogger Carlitos said ... (12:19 PM) : 

FIUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUU

 

Anonymous Anonimo said ... (2:23 PM) : 

... come dici tu è vero che tanta gente senza pensare o meglio senza sapere alza il braccio destro al cielo e inneggia questa canzone senza nemmeno ascoltare le parole che dice... una massa di poveri ignoranti che spesso vantano di essere facisti senza nemmeno conoscere la storia... mi fanno prorio ridere...

 

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